Caterina e Elena. Vittoria e Albena, (2005) è una registrazione audio dei discorsi e delle operazioni casalinghe di cura e pulizia quotidiane che due assistenti famigliari, Elena e Albena, una rumena e l’altra croata, dedicano a Caterina e Vittoria, le anziane signore per le quali lavorano: nello sfondo tutto il rumore di una casa in cui si sta conversando e lavorando al medesimo tempo. La registrazione di un’intera giornata nella cucina della casa dove vivono le due assistenti e le rispettive anziane signore è stata realizzata grazie alla collaborazione delle protagoniste, consapevoli che le loro chiacchiere si stavano incidendo su un nastro. Per un giorno intero qualsiasi l’artista ha registrato le discussioni, i tentativi di trovare dei luoghi comuni per parlare  del cibo, del tempo, del lavoro, e ha trattenuto su un nastro angoscia, sradicamento, affetto, tensione, diffidenza, passione, pregiudizio, contratto, corpo, linguaggio, incontro, panico, mediazione, controllo, sesso, disciplinamento… il sé e l’altro; un fenomenale laboratorio linguistico, una babele di segni, gesti ed espressioni. (Folci, 2005) La registrazione è stata presentata nella forma di un’istallazione sonora minimale: dei microfoni sono stati nascosti nel salone dell’antico palazzo Commenda di San Giovanni di Prè di Genova, le voci sembravano provenire dai muri stessi. Sono dialoghi, frammenti di conversazione tra un assistente familiare e la persona assistita. Voci. Non ci sono immagini, non ci sono oggetti, non si può fare altro che disporsi all’ascolto. (M. Folci, 2005)
Il paesaggio stratificato che la donna/badante e la donna/badata esprimono mentre trascorrono insieme il loro tempo ci è solitamente oscuro. L’istallazione sonora conserva i rumori di fondo del corpo e dello spazio e i momenti di silenziosa attesa quando vengono meno le parole, e ci illumina su quel territorio di affetti, narrazioni e reciproche aspettative sottoposte ad un contratto di lavoro, con orario e salario determinati.  La cura che la badante offre all’anziana di cui si occupa tende a confondersi con la chiacchiera, con il linguaggio che come abbiamo visto, ha soprattutto la funzione di stabilire e di mantenere una relazione. Possiamo immaginare che la quotidianità di caterina e  elena. vittoria e albena consista nella persistente ricerca di una lingua comune. Nel senso più elementare, dice la filosofa Luisa Muraro, parlare consiste nel ‘passare attraverso ciò che è presente ad altri per dire ciò che è presente a me’ (L. Muraro,1992). La Muraro individua la funzione della lingua nella facoltà dei parlanti di costruire attraverso di lei un luogo comune. Entrare in relazione con l’altro significa tradurre ciò che è mio attraverso ciò che è già presente all’altro, significa saper attraversare l’altro, divenire-altro, tradursi e tradire la propria identità di sé con sé, e accogliersi vicendevolmente in uno spazio comune, che è il luogo della mediazione.

 

M.Roberti, Lavorare parlando. Parlare lavorando.