meta-chiacchiera
Chiacchiera (2004) è una performance organizzata da Mauro in un bar di San Lorenzo a Roma. Non aveva previsto un pubblico, se non quello occasionale delle persone che si trovavano nel bar. E’ consistita semplicemente in una chiacchiera alla quale hanno partecipato l’artista, Raffaella De Santis, giornalista, Paolo Virno, filosofo, Tito Marci, sociologo,  Alberto Zanazzo e Gianfranco Baruchello, artisti, e la storica e critica d’arte Carla Subrizi. Il tema della conversazione stabilito dall’artista era la chiacchiera nella società contemporanea. Si può definire una meta-chiacchiera: si chiacchiera sul fatto che si chiacchiera, si è tentato di rintracciare chiacchierando le regole e le strutture della chiacchiera.
E’ una performance interessante perché nasce da un momento di crisi nella produzione artistica di Folci. L’artista infatti, ha deciso di lavorare sulla crisi e sul fallimento che ha sentito prodursi nel suo lavoro artistico, quando con  L’ameno appena in tempo, ha toccato il punto più nevralgico della sua riflessione: l’identità tra il linguaggio e il lavoro. Per Folci la buca scavata per l’ameno riguardante la Fiat di Melfi e il lavoro just in time ha aperto una ferita che avrebbe potuto condurlo all’immobilità. Questa recessione è implicita se si ammette il postulato della coincidenza tra il lavoro e il linguaggio. Se lavoro parlando e parlo lavorando, e se l’arte è un lavoro che è alle prese con il linguaggio, è necessario ripensare lo statuto stesso dell’arte, il suo valore sociale e la possibilità stessa di poter parlare di arte. Mauro insiste sull’equazione linguaggio-lavoro e prova a descriverla anche attraverso un’altra formula. Dice che bisogna riflettere sulla questione del feticismo delle merci, che oggi coincide con la comunità linguistica. In Soffio ne parla così: Già negli anni ’60 il filosofo linguista Ferruccio Rossi Landi proponeva una stringente omologia tra la produzione materiale e quella immateriale in cui la comunità linguistica si presentava come un immenso mercato nel quale parole, espressioni e messaggi circolano come merci. Per l’economista svizzero, la sfera dell’agire comunicativo è stata assorbita dentro la sfera dell’agire strumentale. Materiale e immateriale interagiscono in un sistema integrato dove il lavoro linguistico ha il compito di produrre comunità e di allargarla ma solo in quanto il sistema produce valore a mezzo di comunità: si mette a lavoro la merce parlante per riprodursi attraverso sogni, desideri, immagini.
Per concludere mi viene in mente di proporvi una riflessione a proposito della forma feticcio delle merci: se questa è, secondo la classica definizione di Marx, la conseguenza di una mistificazione, cioè il risultato del nascondimento nella merce dei reali rapporti di produzione, e se ora si producono merci e servizi per mezzo del linguaggio, tramite cioè la facoltà che identifica la specie umana, questo vuol dire forse che è la stessa comunità dei parlanti ad avere carattere di feticcio?
chiacchiera è stata simultaneamente sia l’anamnesi, che la diagnosi e la prognosi, e infine anche la terapia dello stallo a cui l’ameno aveva condotto l’artista. E’ stata anamnesi nel senso che Mauro ha esposto agli interlocutori il problema che lo stava conducendo alla paralisi. E’ stata diagnosi perché queste riflessioni sono state ricondotte alla categoria della chiacchiera, poiché questa modalità comunicativa è la più usata dalla comunità linguistica. Prognosi poiché i vari interlocutori hanno offerto con i loro interventi delle possibili linee di fuga da quest’ impasse. Infine, terapia perché la chiacchiera ha ridimensionato il problema dell’artista, che continua ancora a muoversi su questa scomoda e disagevole zona di confine che è la riflessione sul linguaggio. Qui riporto solo alcuni interventi più funzionali al nostro discorso, perché l’intera trascrizione per quanto coinvolgente, esula dal mio intento
Questa performance è stata registrata e trascritta. Le registrazioni riportano integralmente il carattere fortuito delle intuizioni e il ritmo che in-forma il pensare, le frasi troncate e i balbettii, il fiato, la tosse, i tentennamenti o l’impetuosità degli interventi, i tentativi di mediazione ma anche i rumori di fondo, il banale e le convinzioni più intime, i luoghi comuni. Tutti questi elementi fanno della chiacchiera un genere di discorso che mostra palesemente la genericità in cui può esprimersi la lingua, e la vicinanza del linguaggio ad una dimensione impersonale, quella del ‘si dice’. La chiacchiera è il luogo più tipico dove ad esprimersi è una soggettività pre-individuale, un ‘noi’: il carattere non ancora individuato dell’essere umano. La chiacchiera e il dialogo orale in genere, sono forme di pensiero antitetiche alla scrittura che invece è una pulitura del ragionamento dalle sue scorie, dai tentativi di uscire dall’oscurità in cui il pensare dimora. In questa chiacchiera troviamo i tempi nudi del silenzio, le frasi tronche, i pensieri in sospeso. Certe argomentazioni degli interlocutori, essendo ricodificate da quelle degli altri non si chiudono su loro stesse, altre volte invece, restano in sospeso perché la conversazione viene spostata da un’altra parte secondo regole non intenzionali. Il pensiero nella chiacchiera, di solito non pensa, ma ripete un già pensato e ripete dei luoghi comuni; ma la ripetizione differente è, come insegnano Deleuze e Bateson, precisamente ciò che rende possibile l’accadere di qualcosa di nuovo. Solo ripetendo i luoghi comuni paradossalmente si mette in moto un processo che può sfuggire al nostro controllo e che può generare qualcosa di inaspettato, e quindi forse, anche l’impensato nel pensiero. Se pensiamo all’effetto terapeutico che questa azione ha avuto sull’artista, qualcosa di inaspettato deve essere scaturito da questa conversazione. L’inatteso come ciò che può essere provocato dalla chiacchiera è ciò che Raffaella De Santis ha evidenziato nel suo intervento: Non chiacchiero perché voglio arrivare a qualcosa. Posso chiacchierare a vuoto… infatti io chiacchiero, cioè giro intorno, cicaleggio. Mi viene in mente anche in letteratura, no: il chiacchierare è il girare a vuoto… Ma questa cosa può essere interessante se è una sottrazione dal senso programmatico e anche dal tempo… cioè girare a vuoto, poi ad un certo punto potrebbe anche innestarsi involontariamente… farmi ritrovare in una zona di senso che io non avevo previsto… Così la chiacchiera a quel punto potrebbe avere un valore… e poi è anche rassicurante rispetto a chi chiacchiera. Perché se io chiacchiero in qualche modo mi proteggo no? Anche non volendo dire nulla.. cioè mi proteggo semplicemente perché riconosco qualcuno… Però potrebbe anche succedere… mi veniva in mente che, chiacchierando, io possa avere paura di qualcosa… Pensavo per esempio, a quando la chiacchiera ti agisce, ti prende la mano, per cui inizia come riconoscimento e poi ci possiamo ritrovare in zone che non avevamo previsto… forse è quello il punto  in cui potrebbe trasformarsi in qualcos’altro che potrebbe avere secondo me un valore che va oltre la rassicurazione…
Tito Marci propone una direzione particolarmente interessante alla discussione sulla chiacchiera che mette in gioco il fatto che l’arte sia diventata argomentativa e concettuale e si chiede: Come mai la chiacchiera è stata svalutata? Cioè noi ci troviamo a parlare della chiacchiera in qualche modo perché tu la vuoi ricondurre a un discorso. Il paradosso diventa questo, no? Cioè il fatto che la chiacchiera a partire dal discorso scientifico… dalla Grecia, è stata svalutata e diventa la doxa. Diventa tutte le forme che… Se ci pensi anche le teorie della comunicazione di adesso svalutano sempre il discorso della chiacchiera, il valore della chiacchiera è inessenziale rispetto ad un discorso scientifico … Tu sei partito appunto parlando del problema dell’arte, e di uno stadio di stallo e di crisi che c’è sia nella tua esperienza sia in un’esperienza generalizzata. Però se tu ripensi il problema … uno dei problemi dell’arte di adesso, è che essa in senso radicale risponde al primato di una argomentazione di tipo scientifico, perché l’arte si fa argomentazione, perché si fa argomentativa. Nel momento in cui il primato ideologico dell’arte è rivelazione e rappresentazione, non ha bisogno di argomentare. Nel primato invece della logica scientifica, che è logica argomentativa, e quindi risolve anche il problema della comunicazione in argomentazione, anche l’arte risponde necessariamente a questo primato… Non puoi tu legittimare l’opera artistica se non attraverso un’argomentazione che può essere il titolo, può essere qualunque cosa, però deve sempre ricondurre ad un primato essenziale che è quello della logica scientifica procedurale argomentativa e via dicendo… Allora il sottrarre la chiacchiera ad un senso comune, oppure ridargli quel senso comune sottratto da quello che tu dici, dalla logica del plusvalore e cose del genere, non significa un’altra volta assoggettarla al primato di un’argomentazione di carattere scientifico e quindi un’altra volta al primato della logica del capitale? Questo è il paradosso che ti propongo… oppure dobbiamo trovare delle crepe all’interno di queste condizioni…
Carla Subrizi mette in evidenza la funzione relazionale della chiacchiera, dice: A tutti noi capita di vedere delle persone che al mercato fanno due chiacchiere, ti sembra che là non è che serva tanto raggiungere il senso o il significato, ma serva piuttosto a stabilire un legame una relazione ‘ci sono’.  E poi se riesco a parlare con te per dieci minuti, ho comunque stabilito un contatto che mi appaga proprio da un punto di vista della relazione…Poi che tu dica qualcosa o non la dica, non so quanto serve no?… Quindi è veramente un piano nè basso nè alto, perchè anche ad alti livelli questo si verifica…adesso, così per dire… dove lavoro all’Università capita molto più spesso di sentire chiacchiere che non veramente la costruzione di qualcosa. Che poi sia fatta ad un alto livello in cui uno sfoggia tutto il suo sapere o presunto tale, non è niente di più di quelle due persone al mercato che si sono dette: ‘ho visto alla televisione quello li come era vestito etc’.  E’ uguale no? Quindi questo…
Nella chiacchiera è più esplicito il fatto che prima di qualsiasi cosa proferita sto comunicando la mia presenza, sto dicendo ‘ci sono’ e parlo per rendermi visibile. Carla Subrizi introduce una posizione cara allo studioso del linguaggio Gregory Bateson, che si occupa delle analogie e delle differenze tra il linguaggio umano e quello dei mammiferi preverbali: Usare una sintassi e un sistema di categorie adatti alla discussione di cose che si possono maneggiare, mentre in realtà si discute delle strutture e delle relazioni è una stramberia. Eppure, secondo me, è proprio questo che sta accadendo in questa sala. Io sono qui che parlo, mentre voi ascoltate e guardate; io cerco di convincervi, di farvi vedere le cose a modo mio, di guadagnarmi la vostra stima, di dimostrarmi la mia, di stimolarvi e così via. Ciò che in realtà si svolge è una discussione sulle strutture della nostra relazione, e tutto in conformità con le regole di un congresso scientifico sui cetacei. Questo vuol dire essere uomini. […] I mammiferi preverbali comunicano sulle cose quando è necessario, usando essenzialmente segnali sulle strutture di relazione. Viceversa gli uomini usano il linguaggio, che è essenzialmente orientato verso le cose, per discutere le relazioni. Il gatto chiede latte dicendo ‘dipendenza’ e io chiedo la vostra attenzione e forse la vostra stima parlando di cetacei. (Bateson,)  La chiacchiera è tra le forme del linguaggio umano quella che rivela la nostra massima natura relazionale, senza doversi celare dietro una conoscenza tecnica.
Paolo Virno riprende questa posizione di Carla e sottolinea un altro aspetto: il carattere impersonale della chiacchiera. Chiudo questo paragrafo riportando il lungo intervento del filosofo, perché si conclude con un altro tema che è caro all’artista e che ha a che vedere con i resti nell’opera d’arte, un tema che toccherò alla fine di questo testo. Virno riflette sul fatto che certe operazioni artistiche che hanno sfidato la logica capitalistica sono state soverchiate dalla stessa logica contro la quale si levavano. La logica strumentale infatti si è riappropriata dei loro resti e li ha tramutati in merci. Ma questa dialettica è intrinseca alla dimensione pubblica dell’agire umano. Ogni azione pubblica è tale perché non è più mia soltanto. Alberto Zanazzo lo spiega mirabilmente nel suo intervento: Con il fatto stesso che apparteniamo al tempo, quindi nasciamo e moriamo e siamo imperfetti… E, diceva Pasolini, proprio parlando di linguaggio, di linguaggio cinematografico, fa una riflessione trasversale… Diceva che ciascuno di noi vivendo, vivendo semplicemente, la sua presenza nel paesaggio già costituisce un esempio… L’esempio si conclude quando uno muore… e quindi questo appartenere al tempo non ti rende libero, stai nel gioco quindi è una sorta di compito…
Paolo Virno: “La chiacchiera è… cioè è un modo fondamentale di manifestarsi del linguaggio umano. Però secondo me c’è una differenza tra quello che diceva Carla sugli aspetti rituali del linguaggio per cui ci facciamo riconoscere… C’è una frase di uno scrittore tedesco del 700 che diceva: “Parla affinché ti possa vedere!”. Come essere umano ti vedo quando rompi il silenzio… e la chiacchiera è una cosa un pochino diversa, perché si può chiacchierare di cose drammatiche si può chiacchierare della morte… La cosa della chiacchiera è più il fatto che non è un discorso personale, è un discorso di tutti e di nessuno…infatti la cosa di qualificarla come una specie ….Non è che sono io a dirla oppure tu ma è un ‘si’ ecco…Questa secondo me questa è una cosa straordinaria del linguaggio umano… il fatto che possiamo parlare di cose di cui non abbiamo proprio esperienza e quindi c’è il carattere come posso dire… non denotativo del linguaggio che si manifesta nella chiacchiera se no poi alla chiacchiera cosa contrapponi: il discorso autentico? E allora sei fritto! Se cadi nella cosa autentico- in autentico… buonasera! Quello è un modo, non il solo… ma diciamo intanto che è piena di pregi…Perché il fatto che non sei vincolato dal descrivere le cose come sono, le cose come le hai vissute tu, ma puoi diciamo… puoi usare un linguaggio non referenziale… Quello però è anche un deposito nel quale puoi inventare… I due aspetti: quello rituale del ‘parla perché ti possa vedere’ e la chiacchiera che è questa proliferazione dei discorsi che non devono essere ancorati ad un’ esperienza realmente fatta hanno alcuni aspetti in comune… Perché io a volte posso effettivamente chiacchierare parlando di nulla per farmi vedere dal mio interlocutore, per farmi riconoscere, però, altre volte posso chiacchierare di cose serissime di cose che sappiamo tutti, che abbiamo visto alla televisione, che abbiamo letto sui giornali dell’Iran dell’Iraq del massacro di Falluja… Ecco io perlomeno non lo intendo come  un tempo dedicato a temi superficiali… Penso che in fondo, appunto per restare sul classico di Benjamin sulla riproducibilità tecnica… Era uno straordinario elogio di cose simili alla chiacchiera… Dice: qui si potenzia la capacità percettiva umana. Naturalmente questo potenziarsi è la posta in gioco dei poteri. Proprio perché si potenzia diventa una forza produttiva, la maggiore delle forze produttive sociali. Questa conversazione umana… E c’è il discorso su chi la comanda su chi la colonizza… Però secondo me quello non è risolvibile una volta per tutte…cioè non è possibile una manifestazione artistica o un discorso sottratto davvero alla possibilità di produrre esso pure plusvalore. Nei ghetti neri hanno fatto la musica più rivoluzionaria degli anni 60 e 70 poi a un certo punto le cose sono cambiate… però quello fa parte sempre dell’avventura dell’agire sotto gli occhi degli altri… dell’agire in pubblico…che non hai nessuna garanzia sul fatto che la tua intenzione di rompere non possa a sua volta entrare nell’armamentario del tuo avversario… penso che quella cosa che dicevano i situazionisti di cercare forme espressive sottratte una volta per tutte alla forma della merce… sicuramente condivisibile nell’intenzione etica però non è che fosse molto fondata insomma… Non c’è niente da fare possono sempre riprenderci per la coda ma va bene così… come quel discorso sul far politica dice ‘sai io non voglio essere strumentalizzata’… e vabbè ma allora stai a casa tua.. nel tinello di casa! Invece no io sto là pronto ad essere strumentalizzato! E nel caso, correndo anche il rischio che quello che ora è un gesto di rottura diventa un ingrediente del plusvalore. Tu puoi fare alcune cose qui e ora poi il loro destino non è completamente in mano tua ma in quanti le riprendono in quanti ne fanno l’eco…Quindi anche le immagini di Melfi che erano state sottratte da una cosa pubblicitaria… Va bene così, non poteva essere definitivo. Hai indicato una direzione. Questa direzione può essere ripresa o disattesa. Tanto più quando l’arte moderna non da luogo proprio ad un’opera, cioè a un’opera con tutta l’enfasi dell’opera…No? La dove lo è, assomiglia più ad una performance e quindi ha un suo qui ed ora… si affida ad una ricezione come un gesto! Un gesto pubblico…
Ma che problema pone questa strumentalizzazione si chiede Virno? Che problema pone? Pone secondo me il problema, non tanto che la comunicazione nel lavoro è distorta e impoverita… sì… può anche essere questo, ma ci sono anche situazioni di lavoro in cui invece si chiede un linguaggio… come posso dire… espansivo creativo… c’è di tutto per me, c’è il fatto di questo linguaggio messo a lavoro e di capire qual è la controparte conflittuale di questa situazione… Quando era messo a lavoro il corpo con l’apparato motorio, la manualità etc. tu avevi il problema di far saltare le linee di montaggio, mandarle a pezzi quando erano umanamente insopportabili! Ora qual è la controparte conflittuale di questa roba? Questo è il vero problema del linguaggio messo a lavoro… Lavori dunque parli, parli e perciò stesso lavori… bene… se configge a questo livello cosa fai? Questo è un vero problema… Secondo me la vera controparte conflittuale, l’altra faccia della luna, quella civile perché rispecchia questa situazione…cioè si dà nel fatto di superare la forma stessa del lavoro… il lavoro ha preso in se tante di quelle cose per cui la stessa forma lavoro in qualche modo è troppo gremita… salta! Non ci sarà più lavoro sarà un ricordo come ci si ricorda della schiavitù…pensare a un’idea di attività che rompe con la dimensione stessa del lavoro…

 

M. Roberti, tratto da: Lavorare parlando. Parlare lavorando.