L’ ameno appena in tempo

 

L’amore è hollywood

Sono fotografie di lavoratori ritratti all’interno della Fiat di Melfi scelte tra i frames di un video documentario prodotto dalla Rai nel ’98. In tono didattico il filmato ci mostra brevemente la storia dell’ industria automobilistica italiana e in particolare della Fiat dalle sue origini ad oggi.
Un commento fuori campo di una voce femminile, che parlando dello stabimento di Melfi si fa improvvisamente dolce e suadente come di un’ hostess Alpitour, ci introduce in un luogo di lavoro a dir poco idilliaco, lontano anni luce da quella fabbrica fordista che sembrava pensata principalmente come luogo di espiazione di una pena originaria di classe, ma di ‘democrazia realizzata’, di più, quasi che il percorso all’interno della fabbrica preludesse al riconoscimento divino del ‘bene eterno’ (la voce registrata è parte dell’installazione). I ritratti fotografici risultano come sospesi in una dimensione atemporale, immersi in un’atmosfera metafisica, come in un film tra il surreale e il triller i lavoratori appaiono bellissimi e giovani come dei veri attori; il loro sguardo non è attento alle mansioni che gli sono state assegnate, va oltre la fisica del visibile; metafora di una conoscenza superiore i loro occhi emanano quella strana luce che l’immaginario popolare e tanta iconografia dell’estasi riconosce allo stato di grazia. Eppur espressione dell’efficienza produttiva. La voce narrante ci informa, le immagini lo confermano, che la struttura di Melfi è stata progettata per diminuire l’impatto con il mostro meccanico e per creare un ambiente ‘ecologico’: niente sporco e materiali per terra (nemmeno al montaggio), poco rumore (persino alle presse), niente odori (neanche alla verniciatura), e, inoltre, là dove è richiesto l’intervento degli operai, la scocca si posiziona in modo da rendere più agevole l’operazione. Melfi come la Toyota di Ohno: “ è tutto un gioco di sguardi, di gesti, di interpretazione dei colori dei vari cartelloni agitati dalla squadra addetta all’assemblaggio finale per segnalare il tipo di particolare di cui si ha bisogno.”
La scenografia allestita dalla nuova layout illustra un ambiente accogliente e cordiale, vivace e colorato; la sceneggiatura racconta di un luogo dinamico e creativo, con molto spazio per l’iniziativa personale, dove si lavora in modo informale e con spirito di squadra; con un grande senso civico e un elevato grado di adesione soggettiva alle finalità dell’impresa percepite come proprie e della comunità.

 

La torre
“Quando penso alla meccanica del potere, penso alla sua forma d’esistenza capillare, al punto in cui il potere tocca il granello stesso degli individui, raggiunge il loro corpo, viene ad inserirsi nei loro gesti, i loro atteggiamenti, i loro discorsi, il loro apprendimento, la loro vita quotidiana”.(Foucault)

Oltre l’estetica futurista che Melfi esibisce la realtà sembra davvero un’altra, e basta prendere in considerazione l’alto tasso di turn over per rendersene conto, basta spostare il piano d’osservazione per capire come queste immagini siano testimonianza eloquente di quell’effetto mistificante che la fabbrica integrata produce attraverso un complesso sistema di comunicazione (il kanban) necessario per realizzare il just in time, ma che spingendo a “vedere all’inverso” la determinante dell’ordine, dal cliente anzichè dalla direzione, crea un effetto di occultamento dei comandi. Funziona cioè strategicamente, come emerge chiaramente dagli studi condotti sul campo da Fiocco, Commisso, Sivini (in “Melfi in time”), da forza regolatrice dei rapporti sociali e quindi ideologica. Obiettivo del resto sempre dichiarato esplicitamente dalle maestranze Fiat molto attente al problema del disciplinamento della forza lavoro e alla governabilità di fabbrica; penso al Romiti della ristrutturazione in funzione repressiva delle lotte del movimento operaio alla fine degli anni 70, e al più recente Magnabosco inneggiante al just in time come “sistema organizzativo capace di produrre i propri anticorpi”.
Per questo ritengo importante, come ho già chiarito con “Lavoro Morto” e “Effetto Kanban”, l’analisi della struttura organizzativa della fabbrica integrata perché il senso che produce trascende il caso Fiat; perché lo ritengo un mezzo efficace per leggere e capire le specificità e le dinamiche del potere e del comando nell’epoca della simulazione in cui il capitale riesce, grazie alle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione, a commutare in valore ogni aspetto e momento dell’esistenza di ognuno, della natura e della cultura a tutti i livelli della significazione. Quello che Landi sosteneva già negli anni 60 esserci una omologazione tra la produzione linguistica e la produzione di merci, oggi appare chiaro in tutta la sua dimensione – ad una dimensione – e cioè che la struttura economica, così pervasa e sorretta dalla grammatica dei segni verbali e non verbali, della forma e del simbolo, è una struttura comunicativa.
Partecipazione, flessibilità, autoattivazione, saper leggere il flusso di informazioni e saper comunicare, questi sono gli attrezzi del lavoratore ‘nuovo’, investito opportunisticamente di personalità – centrale è il passaggio da individuo/forza-lavoro a persona/lavoratore – da far credere, quasi, il processo di lavoro come libera attività ermeneutica, dove invece l’informazione e la comunicazione diventano due componenti analitiche dell’attività disciplinare.
Non a caso molti degli studi più significativi sulla produzione flessibile convergono nel privileggiare gli strumenti dell’analisi foucaultiana della genealogia sociale del potere perchè riescono a connettere la dimensione spaziale – l’effetto panottico elettronico e dei segnali strutturali che i singoli individui ricevono e assumono come indicazioni di comportamento – con quella relazionale che si basa sul contenuto della comunicazione interpersonale. (gestione delle risorse umane)
Melfi dunque perché funziona molto bene come “strumento che ingrandisce”, come metafora di quella meccanica generale di produzione e riproduzione di società capitalistica che ha fatto proprie le nuove modalità di controllo e di normalizzazione sociale che il just in time ha diffuso in tutti i settori e globalmente.

 

La fossa

Paesaggio collinare, dolcemente ondulato, armonioso, incontaminato, antico.
Un buco. Una stanza a cielo aperto scavata nella terra, 3 metri x 3 metri x 3 metri; le pareti tagliate a piombo e il pavimento, per quanto lo consente il terreno, sono levigati. Nessun arredo, solo tre zolle di terra utili eventualmente per la seduta.
Un’ altro elemento strutturale forte, polisemantico, di natura evidentemente contraria della fabbrica integrata. Non un invito contemplativo, l’eco della grotta, piuttosto una piazza affollata, un luogo pubblico in cui far interagire un pensiero di resistenza e d’azione nei termini arendtiani di mettere in movimento qualcosa, “di nuovo inizio di un discorso”. E’ un’opera che cerca d’istituire un luogo mentale di appartenenza – ci troviamo dentro la terra non al centro – e di tensione verso la verità della ‘vera natura umana’ che non può essere evidentemente quella laborans. Uno spazio per chiamare a raccolta un pensiero libertario capace di elaborare risposte all’estremismo messo in atto dalle nuove strategie capitalistiche di sorveglianza e di disciplinamento della forza lavoro, secondo un progetto totalizzante il cui obiettivo è il controllo della produttività biopolitica della moltitudine.