L’Anello della condivisione

 

Il rapporto dell’arte con le varie accezioni di resto e la sua impossibilità di sfuggirne del tutto è una riflessione che in filigrana appare in svariate operazioni dell’artista, e l’Anello della condivisione (2005) è una performance che vuole ricalcare un’accezione specifica del non lasciare resti nella forma speciale del dono. Si riferisce alla riflessione di Baudrillard quando dice che ogni resto è recuperabile dal sistema capitalistico, che ha bisogno di resti per riprodursi, di territorialità non ancora metabolizzate da convertire in macchine produttrici di plusvalore. Anche per Marx il resto è accumulo di capitale, ricchezza sottratta alla ridistribuzione. Baudrillard parla di festa e di giocosità nello sperpero, nel consumo, nel fare vuoto, nel mettere in circolazione ogni cosa. […] Il modello di Baudrillard per non lasciare resti è il potlach, è la legge del dono.  Il dono è una di quelle figure paradossali molto ricche d’immagini e di riflessioni. È paradossale perché indicando una equivalenza totale, una gratuità, impone al contempo il rispetto di una legge ineludibile che è quella del ricambiare. Questo funziona sempre anche quando c’è di mezzo la grazia divina, è per questo che le leggi del dono sono alla base di tutte le società arcaiche, e in forme sempre più mistificate in quelle moderne e “tardomoderne”. Le leggi del dono non funzionano per accumulo ma per sparizione, privazione, distruzione dei propri beni. Nel cerchio del potlach ricevere un dono e non scambiarlo è un grave peccato, è sottrazione di un bene e di una energia comune; la dinamica del potlach cambia secondo la geografia, in America latina il cerchio del potlach è molto interessante, in cerimoniali collettivi si distruggono le proprie cose. (M. Folci, 2005)
L’anello della condivisione è la condensazione di una complessa metafora del dono e della sua paradossale pratica, dice Tito Marci per descrivere questa operazione nel libro omonimo, pubblicato in occasione della performance. Questo lavoro è nato da un progetto laboratoriale nell’Istituto statale d’Arte ‘Antonino Calcagnadoro’di Rieti, che ha chiesto all’artista di pensare un progetto che riunisse l’oreficeria alla pratica artistica contemporanea. Il  progetto pensato all’interno del seminario è consistito nel coinvolgere e convincere più persone possibili a donare un frammento d’oro: un anello, una spilla, una catenina, qualsiasi cosa. Assieme al frammento d’oro è stata chiesta una testimonianza sottoforma di uno scritto, di una fotografia o di un oggetto qualsiasi che fosse legato alla donazione. L’oro raccolto è stato fuso e trasformato in un filo lungo 1 Km ed è stato tagliato in frammenti di 10 cm di lunghezza e di 1 mm di spessore. In questa forma è stato ridistribuito in una manifestazione pubblica a tutti i partecipanti oltre che alla gente presente. Così ne ha parlato Mauro Folci:… si è trasformato in un laboratorio ambulante aperto, che ha coinvolto numerosi cittadini della provincia nella costruzione di un evento partecipato, un chilometro di filo d’oro, ma soprattutto una riflessione sul senso stesso di comunità e di identità.[…] Il dato più importante che deve uscire dall’anello della coabitazione è il fatto che sia possibile attivare una comunicazione reticolare che fa uso di un linguaggio capace, nei modi e nei contenuti, di sottrarsi alla forza del linguaggio messo al lavoro. Se questo è successo e in che misura non è facile dirlo, di certo a distanza di un anno si continua a parlare, a vociferare quasi come di un fantasma o di una leggenda metropolitana di un certo filo d’oro. (Un filo sottile, sottile, sottile ( Mauro Folci 2005)
L’anello della condivisione è una riflessione sull’assenza di resto nella concezione arcaica del dono, che è stata studiata e continua a essere pensata da numerosi scienziati sociali. La riflessione sul carattere paradossale di certe pratiche come il potlach e il kula sono state introdotte rispettivamente da Marcell Mauss e da Malinowski.  Entrambe queste pratiche manifestano in maniera palese la duplice valenza del dono, il suo aspetto di vincolo gratuito e in particolare la sua messa in moto del triplice obbligo di dare, ricevere e ricambiare in cui il dono consiste. “Accettare un dono, riconoscerlo nella sua gratuità, significa, infatti, cadere incondizionatamente sotto la sua legge, la stessa legge che ordina, immancabilmente, la sua restituzione (che è anche, a ben vedere una ‘re-stituzione’ della stessa capacità di donare). Una volta donato e riconosciuto in quanto tale, il dono obbliga il destinatario a donare di nuovo, a farsi, a sua volta, donatore. Se il dono viene, infatti, riconosciuto come tale, questo semplice riconoscimento è sufficiente ad annullare il dono. […]Ora, la riconoscenza, se è veramente tale, si da soltanto come ha sottolineato George Simmel nel riconoscimento dell’incapacità di ricambiare, dell’impossibilità di restituire adeguatamente un atto gratuito offerto nella sua originaria e spontanea libertà. Ciò che restituisce la riconoscenza  non è certo interamente disponibile sul piano dell’equivalenza. Non vi è calcolo o misura che tenga. Vi è sempre il riconoscimento di qualcosa che oltrepassa la misura dello scambio, che eccede l’equità della compensazione. (T. Marci, 2005)
Tito Marci fa notare che nel dono autentico emerge la priorità della relazione ed è quest’ultima che rende lo scambio impossibile: il vincolo e il legame che con il dono si generano non sono misurabili, non hanno equivalenti. Nel dono autentico l’unico resto possibile  è la relazione.

 

M.Marta, Lavorare parlando. Parlare lavorando