Dell’Azione negatrice

Dell’Azione negatrice
2017 mauro
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Dell’Azione negatrice

Aveva imparato senza sforzo l’inglese, il francese, il portoghese, il latino. Sospetto, tuttavia,che non fosse molto capace di pensare. Pensare significa dimenticare differenze, significa generalizzare, astrarre. Nel mondo stipato di Funes, non c’erano altro che dettagli, quasi immediati.(1)

Non è raro, nel corso dell’esistenza di ognuno fare esperienza di un ricordo molto particolare che per la sua verosimiglianza appare così reale da credere che stiamo vivendo, nel presente, una storia già vissuta in passato. Una esperienza spazio-temporale direi perturbante, quanto meno dissociativa in quanto ciò che è stato allora si presenta nelle sembianze dell’ora. È un fenomeno manifesto dei nostri tempi che riconosciamo come un déjà vu, cioè come un peculiare manifestarsi della memoria che entro certi limiti è salvifico oltre che necessario alla vita, ma superati i quali diventa sintomo di sofferenza e di impotenza: la certezza di riconoscere questo fatto che sta accadendo qui, proprio ora, come qualcosa di un passato che si sta ripetendo nelle stesse forme e contenuti e con gli stessi esiti. È una passione che si accompagna con l’illusione che nulla può essere detto e fatto di nuovo e che la storia, come storia dei fatti cronologici e in primis come storia sovrapersonale (produzione di general intellect), sia giunta a esaurimento in una ripetizione indifferenziata del medesimo. Questa passione opprimente e invalidante per eccesso e ristagno di memoria nel presente, che a me pare di cogliere in ogni dove, tra la gente che passeggia lungo la via o che sta seduta ai tavoli dei bar, è il sentimento egemone dei nostri tempi che chiude al futuro e nullifica la conflittualità. Uno stato delle cose e delle anime che spinge a credere che non ci sia null’altro oltre il presente, che effettivamente il decorso storico sia giunto a termine e con esso la dialettica che è pensiero critico, che è Azione negatrice.                                                Nelle vie e seduti ai tavoli dei bar cosa vedo… vedo gente sorridente e amichevole, vedo giovani che si baciano e anziani che si tengono per mano e allora penso a Bergson: “si sente che si sceglie e si vuole, ma che si sceglie qualcosa di imposto e che si vuole qualcosa di inevitabile”(2).                        La fine dell’Azione negatrice, che sta per la fine del tempo storico, non è più un’opera letteraria o di filosofia su cui ragionare dell’avvenire, forse non è più una metafora ma – a fronte del blocco psichico, depressivo e paralizzante, così diffuso globalmente e amplificato come mai nella storia dell’umanità dalle tecnologie – una constatazione oggettiva che il futuro per gran parte della popolazione è stato cancellato o consegnato ad algoritmi, e le soggettività catturate dalla macchina valoriale per quel che sono.                La decisione di intraprendere uno studio sulla fine del tempo storico è stata stimolata da ultimo dalla Introduzione alla lettura di Hegel di Alexandre Kojève in cui l’autore azzarda una lettura della fenomenologia di Hegel molto suggestiva e ricca di sollecitazioni, la più sorprendente delle quali è l’idea che la fine della Storia in quanto fine dell’Azione negatrice – dell’Azione con la A maiuscola che equivale alla fine della guerra servo-signore, alla fine del lavoro, della filosofia, dell’arte e cose di questo genere – conduce necessariamente a un ritorno all’animalità.                              Questo ritorno all’animalità, tema ricorrente nella mia ricerca, che non dialoga però con le filastrocche per organetto dell’ideologia poststorica, apre la strada verso sviluppi ulteriori e di stringente attualità, come uno dei termini su cui fa perno il dispositivo politico dell’Occidente di esclusione inclusiva ossia della dialettica zòe-bios che di volta in volta definisce che cosa è umano e cosa no (3).                                                                                    Ho trovato particolarmente significative in tal senso due note che troviamo nel libro di Kojève (4) e  che propongo integralmente nella performance Dell’Azione negatrice. Sono due note consecutive, nella prima nota – compare da sola nella prima edizione del 1947 – Kojève non crede al ritorno all’animalità come conseguenza inevitabile della fine dell’Azione negatrice; nella seconda nota, che aggiunge nella seconda edizione, dopo aver viaggiato in Giappone e in America, sostiene che la fine del tempo storico, ossia dell’Azione negatrice, è già realtà – il modello è lo snobismo giapponese –  e che il destino dell’uomo è quello di un regresso allo stato animale.

Tra le due note di Kojève ho inserito tre motti di spirito, il primo è di Ludwig Wittgenstein, gli altri due sono di Sigmund Freud, che qui vengono usati (e traditi) come controcanto alla filastrocca della fine dell’Azione negatrice: nel motto di spirito si dà a vedere, in una frazione di tempo, il mondo come potrebbe essere altrimenti.

1° nota

La scomparsa dell’Uomo alla fine della Storia non è dunque una catastrofe cosmica: il Mondo naturale resta quello che è da tutta l’eternità. E non è nemmeno una catastrofe biologica: l’Uomo resta in vita come animale che è in accordo con la Natura o con l’Essere-dato. Ciò che scompare è l’Uomo propriamente detto, cioè l’Azione negatrice del dato e l’Errore, o in generale il Soggetto opposto all’Oggetto. Infatti, la fine del Tempo umano o della Storia, cioè l’annientamento definitivo dell’Uomo propriamente detto o dell’Individuo libero e storico, significa molto semplicemente la cessazione dell’Azione nel senso forte del termine. Il che praticamente vuol dire: la scomparsa delle guerre e delle rivoluzioni cruente. E anche la scomparsa della Filosofia. Infatti, l’Uomo, non cambiando più se stesso in maniera essenziale, non ha più ragione di cambiare i princìpi (veri) che stanno alla base della conoscenza del Mondo e di sé. Tutto il resto può mantenersi indefinitamente: l’arte, l’amore, il gioco, ecc.; insomma, tutto ciò che rende l’Uomo felice. Ricordiamo che questo tema hegeliano, tra molti altri, è stato ripreso da Marx. La Storia propriamente detta, in cui gli uomini (le “classi”) lottano tra loro per il riconoscimento e lottano contro la Natura mediante il lavoro, si chiama, in Marx, “Regno della necessità”; al di là c’è il “Regno della libertà”, in cui gli uomini (riconoscendosi reciprocamente senza riserve), non lottano più e lavorano il meno possibile (dato che la natura è stata definitivamente domata, cioè armonizzata con l’Uomo).

(pausa)

Mi meraviglio del cielo comunque esso sia.

Mi meraviglio per l’esistenza del mondo.

(pausa)

Riuniva in sé le qualità dei grandi uomini: teneva la testa storta come Alessandro, aveva sempre qualcosa da frugarsi nei capelli come Cesare, sapeva bere il caffè come Leibniz, e una volta che si era sprofondato nella sua poltrona, dimenticava di mangiare e di bere come Newton e bisognava, come questo, svegliarlo; portava la parrucca come il dott. Johnson, e aveva sempre un bottone del pantalone sbottonato come Cervantes.

(pausa)

Per quanto è vero Iddio, dottore, io mi son seduto accanto a Salomone Rothschild ed egli mi ha trattato proprio come un suo pari, con modi proprio familionari.

(pausa)

2° nota

C’è qualcosa, però, che non torna in questo discorso: Se s’ammette “la scomparsa dell’Uomo alla fine della Storia”, se s’afferma che “l’Uomo resta in vita in quanto animale”, precisando che “ciò che scompare è l’Uomo propriamente detto”, non si può dire che “tutto il resto può mantenersi indefinitamente: l’arte l’amore, il gioco, ecc.”. se l’Uomo ri-diventa un animale, anche le sue arti, i suoi amori e i suoi giochi devono ri-diventare puramente “naturali”. Bisognerebbe dunque ammettere che, dopo la fine della Storia, gli uomini costruiranno i loro edifici e le loro opere d’arte come gli uccelli costruiscono i propri nidi e i ragni tessono le proprie tele, eseguiranno concerti musicali alla maniera delle rane e delle cicale, giocheranno come giocano i giovani animali e si daranno all’amore come fanno le bestie adulte. Ma allora non si può dire che tutto questo “rende l’uomo felice”. Bisognerebbe dire che gli animali post-storici della specie Homo sapiens (che vivranno in abbondanza e in piena sicurezza) saranno contenti in funzione del loro comportamento artistico, erotico e ludico, visto che, per definizione, essi se ne accontenteranno. Ma c’è di più. “l’annientamento definitivo dell’Uomo propriamente detto” significa anche la scomparsa definitiva del Discorso (logos) umano in senso proprio. Gli animali della specie Homo sapiens reagirebbero con riflessi condizionati a segnali acustici o mimici e così i loro cosiddetti “discorsi” sarebbero simili al presunto “linguaggio” delle api. Ciò che allora scomparirebbe non sarebbe soltanto la Filosofia e la ricerca della Saggezza discorsiva, ma anche questa stessa Saggezza. Infatti, non si avrebbe più, in questi animali post-storici, “conoscenza (discorsiva) del Mondo e del sé”.

 

(1)        J. L. Borges, Funes, l’uomo della memoria, in Id., Finzioni, Milano, Adelphi, 2003, p. 103.

(2)        H. Bergson cit. in P. Virno, Il ricordo del presente. Saggio sul tempo storico, Torino, Bollati Boringhieri, 1999, p. 14.

(3)        Il dispositivo di esclusione inclusiva è  analizzato da G. Agamben, L’uso dei corpi, Vicenza, Neri Pozza, 2014.

(4)        Alexandre Kojève, Introduzione alla lettura di Hegel, Milano, Adelphi, 1996, p. 541.

 

Scheda:

Dell’Azione negatrice (2017) è una performance, un video e un fotoromanzo.                                                                                                                 Il video (8’19”), girato in gran parte all’interno della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma durante la mostra Time is out of joint, è stato presentato con il titolo La fine della storia in occasione della mostra Vacanze, curata da Anna Cestelli Guidi, presso la galleria Spazio/Arte dell’Auditorium di Roma.

La performance, successivamente, è stata proposta a Venezia nella quadreria del piano nobile di Ca’ Tron, nell’ambito della rassegna di performative lecture, curata da Rachele Palma.

Nel 2018 a Milano, nell’ambito della mostra Dialoghi, Demetrio Giacomelli – Mauro Folci, curata da Matteo Cremonesi alla galleria Office Project Room, la verifica Dell’Azione negatrice è stata cercata in strada, tra la gente a passeggio.

A Torino, per il film festival, Dell’Azione negatrice è stata eseguita in strada e trasmessa live al cinema.

Dell’Azione negatrice: con la partecipazione di Luca Miti, Pasquale Polidori, Gianni Piacentini, Francesca Gallo, Marco Santarelli

In video e voci fuori campo: Luca Miti, Mauro Folci, Gianni Piacentini

Riprese video con smartphone e fotografia: Francesca Gallo, Pasquale Polidori, Marco Santarelli.

Dell’Azione negatrice  (2017) è una performance, un video e un fotoromanzo.  il video è stato presentato con il titolo La fine della storia in occasione della mostra Vacanze, curata da Anna Cestelli Guidi, presso la galleria Spazio/Arte dell’Auditorium di Roma.

è un video girato in gran parte all’interno della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, durante la mostra Time is out of joint curata dalla direttrice della galleria e in concomitanza con Sensibile/comune, una mostra in organico a C17, ossia all’importante Conferenza internazionale sui comunismi che si è svolta a Roma a inizio anno. Una mostra, ahimè, come mille altre: la banalità del mainstream, l’arguzia del mercante. Questo curioso gemellaggio tra un’arte fuori dal tempo storico e un’arte che si ispira al comune comunista ha proiettato in me l’immagine di un quadretto di vita bucolica, di una vita pacificata senza alcuna conflittualità. Un quadretto di maniera eppure di grande attualità se lo si legge come un trompe l’oeil che descrive minuziosamente lo stato d’animo predominante: l’impossibilità di pensare un’azione innovatrice.

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