Qual è la parola

Qual è la parola
2014 admin
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Qual è la parola

“… Là – laggiù – lontano – là lontano laggiù – a fioco – là lontano laggiù a fioco quale – quale – qual è la parola – visto tutto questo – tutto questo questo qui – smania di vedere quale – intravedere – credere d’intravedere – volere credere di intravedere – là lontano laggiù a fioco quale – smania di volervi credere d’intravedere quale – quale – qual è la parola –——————— qual è la parola.” (Beckett)

l’azione: 23 uomini compostamente piangono ognuno per sé. Non c’è uno spazio, non ci sono posture, tanto meno parole, ognuno è libero di camminare tra la gente o di sostare dove e come crede,  non c’è dramma, per i più sarà invisibile.

L’antefatto: il racconto di una ragazza che ha vissuto l’infanzia in una casa di fronte al salumificio Fiorucci che ricorda ancora oggi con angoscia le urla strazianti dei maiali portati a morire al macello dello stabilimento.

Le situazioni mediane sono anfibie, occupano uno spazio incerto e scontornato da forze diseguali, disegnano una zona d’indiscernimento tra un più e un meno, tra un non più giorno ed un non ancora notte, tra una passione e una reazione. Tra le rimembranze o insistenze del primitivo predatore sessuato e cannibale e la coscienza di un se autodeterminato, di un individuo razionalmente impegnato nell’autoconservazione. Forse.

In questa storia ci sono i maiali che urlano di paura nella premonizione di cosa gli sta per capitare e la ragazza senza voce che è angosciata dalle urla così umane. Ci sono delle evidenti aderenze tra i maiali e la ragazza, la più in vista è senz’altro la parola che manca. Prima c’è il mito che parla in tal senso. I maiali si ritrovano nel mito di Demetra, la dea dell’agricoltura e della fecondità e di sua figlia Persefone che ancora bambina venne tratta in inganno e sedotta dal buon profumo dei fiori di un albero messo li da Ade, il dio degli inferi, che la rapì portandola con se nell’oltretomba per farla sua regina. Successe che la terra d’improvviso si aprì, Ade venne fuori dal profondo con il suo carro e quando ebbe presa Persefone la terra si richiuse inghiottendo anche un branco di maiali che erano li per caso al pascolo. Demetra disperata la cercò per nove giorni senza trovare alcuna impronta della figlia perché si dice che fossero state cancellate da quelle dei porci, sebbene alcuni, tra cui l’antropologo Frazer, sostengono che le impronte di Demetra, quelle della figlia Persefone e dei porci fossero le stesse. Dobbiamo credere all’antropologo e cogliere la seconda significativa aderenza tra la ragazza e i maiali della Fiorucci, la prima, come abbiamo visto è la voce indifferenziata dell’angoscia e della paura, la seconda le impronte (digitali) indistinguibili delle donne e dei maiali.

È giusto aggiungere, per entrare nel merito dell’interpretazione dell’Odissea di Adorno (e Horkheimer), che ci troviamo in uno stadio mediano del processo di individuazione dell’animale umano, in quanto il rito praticato in onore di Demetra e Persefone che riguarda la morte e la resurrezione, la fertilità e il ciclo vitale della terra, non prevedeva più il sacrificio umano ma quello dei maialini gettati a morire in una fossa piena di serpenti. Anche qui tuttavia possiamo scorgere, oltre il sorgivo processo storico dell’emancipazione dell’uomo dalla natura indifferenziata, un’altra convergenza e cioè l’equivalenza del sacrificio umano che può essere sostituito con il sacrificio di maiali. Non si gettavano galline o rospi nella Megara ma maiali la cui voce urlante è così simile al lamento degli uomini. Ancora un flatus vocis come legante.

Questa storiella è importante perché in qualche modo ci informa di cosa capitò ai 23 uomini di Ulisse che furono trasformati in porci dalla maga Circe e poi di nuovo ritrasformati in uomini. Per Adorno l’odissea sembra essere il romanzo di formazione dell’individuo autocosciente e distanziato dalla natura, di cui l’Odisseo è il modello che si pone alla soglia tra un niente di essere e essere individuo, è il prototipo dell’uomo civilizzato e razionale, l’embrione dell’illuminismo. Rappresenta la scena madre della frattura tra un non più e un non ancora, tra la potenza attrattiva dell’abbandono ad una natura senza memoria e la determinazione di un fuori in cui rifugiarsi, la proprietà, la legge, la famiglia, lo stato. È uno strappo violento e doloroso, è l’alienazione dal regime naturale che porta con se il dolore per la perdita di ciò che è più proprio, la sofferenza di una mancanza e l’abbraccio col negativo. Tutta l’avventura dei prodi è segnata da questa ambivalenza, tra la potenza absoluta dell’afasia e la potenza ordinatrice della parola, tra il logos apofantico che può “mostrare l’ente come è” (Heidegger) e il logos non apofantico cioè un “momento del logos non dichiarativo, e non enunciativo come ad esempio succede nella preghiera” (Derrida cita Aristotele) che “non dice niente”. Tra un discorso che dice “io sono” e l’altro non apofantico che è pura voce non referenziale, un performativo assoluto che da a vedere solo la presenza del locutore e nient’altro: “eccomi sono qui”. (Virno)

Che l’Odissea rappresenti il passaggio lo si evince dalla natura formulaica del testo Omerico che tradisce la prossimità ancora tangente del racconto orale, le frasi si ripetono e tra le cose che si ripetono c’è il pianto. Piangono in continuazione i nostri eroi, si dice a causa della memoria, ma quale memoria, il ricordo della patria quale rifugio sicuro e protetto dalle norme o la memoria di una indicibile condizione pre umana, cioè animale? Non è chiaro.

Nel libro X versi 235/240 quando Circe offre da bere il vino con gli infusi magici si legge:

“…filtri funesti perché della terra patria cadesse del tutto in oblio la memoria. E come a loro ne porse e ne bevvero, subito con la verga toccandoli, tutti li chiuse in porcile. E testa e corpo e setole e voce di porco avevano essi, ma intatta era la mente rimasta.”

Qui non è ben chiaro cosa succede ai poveretti perché prima si dice che la memoria (della patria, ma non mi pare determinante) cade in oblio e poi, nonostante la metamorfosi, che la mente è rimasta intatta. Ma come può una mente intatta non avere memoria?  Perdono la parola, hanno la voce dei porci, e dunque come è possibile che ciò accada se il linguaggio è memoria, se non è un semplice orpello bensì ciò che caratterizza l’animale linguistico. Qualcuno diceva che il mondo è ciò che io posso cogliere con il linguaggio e al di fuori di questo non c’è nulla (primo Witgenstein), certamente non è proprio così poiché la memoria senza voce nei versi citati dell’odissea appartiene ad una memoria primordiale e animale. Sono porci, annusano la terra. Più avanti al verso 390/395:

“di nuovo tornarono uomini, ancora più giovani e molto più belli di prima e più grandi a vedersi; a me riconobbe ciascuno e le mani mi strinsero, e in tutti sorgeva un bisogno dolce di piangere: e il pianto echeggiava terribile intorno alla casa;

il fatto che siano tornati più giovani più belli e più forti ci fa pensare che non si fosse trattato di un semplice travestimento, ma che si trattasse di una cosa ben più profonda di una semplice imitazione. La trasmutazione c’è stata ed è visibile nelle carni più sode. E poi, almeno nei primi attimi del ritorno in cui non c’è stato oggettivamente il  tempo per resettare il pensiero logico, nel patos immediato del rinvenimento, nulla ci dice che sia un pianto nostalgico rivolto alla casa, potrebbe essere il contrario vale a dire una nostalgia fulminante per la condizione di nuovo perduta. Del resto tutta l’odissea della dialettica illuminista di Adorno e Horkheimer si muove su questa frizione tra il non più e il non ancora, tra la tensione verso l’abbandono, il ritorno ai primordi, e quella opposta verso il superamento.

L’Odissea è la storia di questo conflitto, come il popolo dei lotofagi, di uomini che mangiano i fiori di loto e di nuovo perdono la memoria e il desiderio, come l’isola dei ciclopi dove ognuno vive per se senza leggi e senza lavoro di terra. Una storia antica quanto il tempo che ci portiamo dentro con evidenze altrettanto dirompenti esperibili negli stati d’animo della regressione quale l’angoscia, la paura, la noia, ma anche nella “meraviglia per il mondo comunque sia” (Wittgenstain).

Ma non è tutto. Altre due cose per dare un senso più ampio a questa azione, la prima è che quei maiali gettati nella camera della morte dello stabilimento Fiorucci sono gli stessi che le seguaci di Demetra e Persefone gettavano nella Megara, capri espiatori, tra l’altro biologicamente compatibile con la nostra natura, metafora incarnata di una colpa originaria legata alla pratica dell’antropofagismo. Siamo dei cannibali nelle guerre, nelle carceri, nella caccia all’irregolare, nel lavoro schiavistico, nelle relazioni di subordinazione, e lo siamo con gli animali (non umani).

Derrida in un testo molto denso “L’animale che dunque sono” ci propone un nome, Animot, che conia in opposizione all’assurda idea di considerare gli animali entità generiche e non singolari, mistificazione che ci permette di perpetrare la mattanza senza patire alcuna pena. Generalizzare è prepararsi alla guerra, chi sono i cinesi, gli africani, gli italiani, gli americani se non una comunità generica votata alla morte. Animot è un nome che prova a dar conto della pluralità di singolarità irriducibili al generico animale perché il lombrico non è come lo scimpanzé, l’Animot è un nome che ti mette a nudo di fronte all’altro dell’animale e così facendo prova a decostruire tutta la narrazione illuminista che ha pensato il concetto di umanità in contrapposizione all’animalità. Passaggio obbligato se intendiamo ridare dignità e un volto a questi compagni di vita con cui coabitiamo la terra.

Il maiale è la memoria del passato, del mattatoio che fu la Fiorucci, del ricordo della bambina che ascoltava le grida della morte. Il maiale è anche la memoria del “passato puro”, di una immagine che non vediamo, di una parola che non esiste. Qual è dunque la cosa? Qual è la parola.

Dino Campana scriveva alla sua  Sibilla “questo ricordo che non ricorda nulla è così forte in me”, un passato cioè che precede il tempo storico e il tempo evolutivo, che solo in determinati stati d’animo come nella noia, è possibile esperirne l’esistenza.

C’è una memoria al Metropoliz che racconta storie di sfruttamento bestiale per mezzo dei salariati e degli animali, e c’è infine, ma potremmo dire per cominciare, una dimensione più politica e di drammatica attualità che riguarda la messa a lavoro delle invarianti, delle generiche attitudine dell’animale umano che lo specificano, cose come il linguaggio, la memoria, l’empatia, l’amicizia, le passioni che stanno subendo un brutale processo di storicizzazione al fine di corrispondere docilmente agli automatismi dell’accumulo del capitale. Stiamo subendo un attacco senza precedenti a l’autonomia del General Intellect, a quelle generiche attitudini che in questo caso stanno ad indicare l’indeterminazione della potenza di agire e la facoltà di dire le cose come non stanno.

Mauro Folci

maggio 2014

l’azione: 23 uomini compostamente piangono ognuno per sé. Non c’è uno spazio, non ci sono posture, tanto meno parole, ognuno è libero di camminare tra la gente o di sostare dove e come crede, non c’è dramma, per i più sarà invisibile. (…)

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