Kadavergehorsam

Kadavergehorsam
2001 admin
In Works

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Kadavergehorsam

 

Negli anni ’70 a Rieti Mauro Folci ricorda un grande fermento politico e culturale. Che fine ha fatto? Si chiede. Per trovare una figura forte che esprima un pensiero libertario in quella città  bisogna risalire all’inizio del secolo scorso: l’artista incontra  Florido D’Orazi, nato a Rieti il 30 maggio 1881 da un’umile famiglia; sin da giovane fa parte del movimento socialista, dopo aver aderito agli Arditi del popolo, la prima associazione antifascista in Italia. Dal 1912 è protagonista delle lotte dei braccianti e dei mezzadri nella piana reatina per il superamento dei patti colonici, e di questo stesso anno è la sua prima condanna per istigazione allo sciopero e alla lotta di classe. Fonda in tutta la Sabina leghe di braccianti e nel 1919 istituisce a Rieti la Camera del Lavoro di cui viene acclamato segretario provinciale. Memorabile lo sciopero che ha organizzato nel 1920 rimasto nell’immaginario reatino come ‘lo sciopero del bestiame’: tutto il bestiame della pianura reatina viene abbandonato lungo le mura medievali della città, per tre giorni e tre notti. Con l’avvento del fascismo la sua attività è costretta alla clandestinità e si impegna a formare leghe segrete di contadini e artigiani. Nel 1926 viene arrestato e condannato a 5 anni di confino nell’isola di Lipari dove conosce Carlo Rosselli. Le sue lotte furono determinanti per diffondere un pensiero libertario nella zona di Rieti. Florido D’Orazi muore nel 1952 .
Nel 2002 la Provincia di Rieti propone all’artista di pensare ad un progetto che abbia a che vedere con il territorio. Folci ricerca negli archivi storici le tracce dell’operato di Florido d’Orazi e intervista un nipote, durante un viaggio in macchina sui luoghi battuti dal nonno. Da questa intervista in macchina è stato ricavato un video. Folci, che ha vissuto ha Rieti la sua gioventù, con questa complessa  operazione che intitola KADAVERGEHORSAM decide di ricordarlo e di riportarlo alla meritata luce
Il termine kadavergehorsam è usato da Eichmann, il gerarca nazista che Hanna Harendt identifica come l’incarnazione della banalità del male, durante il processo in cui si difende dalle accuse di genocidio. Heichmann si giustifica dicendo che osservava le leggi come un cadavere(kadavergehorsam) Sosteneva che stava facendo il suo dovere, facendo coincidere l’ottemperanza alla legge con la sua personale ragion pratica. L’obbedienza cadaverica è evidentemente ciò contro cui Florido d’Orazi ha combattuto esortando anche i contadini a fare lo stesso.

Folci ha fatto eseguire un’analisi etimologica del termine kadavergehorsam al latinista Giuliano Ranucci che ci spiega come esso sia entrato nella lingua tedesca per influsso della locuzione latina ‘perinde ac cadaver’: ‘allo stesso modo di un cadavere’, un’espressione usata da Sant’Ignazio per indicare il genere di sottomissione dovuta ai superiori. Questa  locuzione è stata  mutuata da un passo della Vita di San Francesco scritta da Tommaso da Celano, che illustrava il concetto di obbedienza del Santo quando Francesco parlava della sua condizione come di quella di un corpo morto, per riferirsi alla sua prostrazione a Dio. Dunque Eichmann sta  ad Hitler, così come San Francesco sta a Dio, e come l’umanità in genere sta al potere.
Proviamo a focalizzare i momenti in cui si svolge questa operazione che Folci ripete anche a Roma. Partiamo da Rieti. Come in Concerto transumante per flatus vocis ancora una volta sono una parola ed un personaggio le chiavi per comprendere i piani in cui il progetto si distribuisce. L’ azione si è svolta in tre tempi Il primo tempo è consistito nell’installazione di tre grandi striscioni stradali bianchi che riportavano in nero la scritta Kadavergehorsam, appesi in altrettante vie della città  per 15 giorni senza che fosse stata data spiegazione alcuna. Il secondo tempo è consistito nel lancio di volantini dalla torre del Municipio da parte di tre donne di generazione diversa. Questi volantini riproducevano il capitolo de La banalità del male dove la Harendt analizza la parola usata da Eichmann. Sul retro del volantino era stampato a grossi caratteri KADAVERGEHORSAM. Il terzo tempo è consistito nell’installazione di 6 monitor in una stanza della casa abitata da Florido D’Orazi. I video di questa istallazione mostravano: Giuliano Ranucci, il latinista che ha fatto la ricerca etimologica sul termine Kadavergehorsam, Carla Subrizi, storica dell’arte, Tito Marci, sociologo, Fabio Mauri, artista, Domenico Scudero, critico d’arte, Arthur Huber, il teologo ‘posto in silenzio’ dal Vaticano e Mauro Folci. Queste persone sono state registrate mentre leggevano un testo scritto da loro a proposito di ciò che pensavano dell’obbedienza cadaverica. Un video invece mostrava le riprese dei campi in cui Florido D’Orazi aveva esortato i contadini a combattere, e in sottofondo l’intervista al nipote.

 

Marta Roberti, in: Lavorare parlando. Parlare lavorando. Il linguaggio messo a lavoro nelle opere di Mauro Folci

 

Il lavoro si avvale degli interventi scritti e in video di:
Carla Subrizi, Storia dell’Arte Contemporanea e Critica d’Arte Contemporanea, Università di Roma “La Sapienza” – Tito Marci, Sociologia, Dipartimento Studi Politici, Università di Roma “La Sapienza” e artista – Fabio Mauri, artista – Giuliano Ranucci, Letteratura Latina, Dipartimento di Filologia Classica, Università di Pisa – Domenico Scudero, storico dell’arte e curatore del Museo Laboratorio Arte Contemporanea Università di Roma “La Sapienza” – Arthur Huber, teologo – Enrico Amatori, storico di Rieti – Mauro Folci, artista.

Con la partecipazione di: architetto Piero D ‘Orazi Porchetti, nipote di Florido D’Orazi (materiali biografici e storici), Elisa De Paola, Rosalba Folci e Caterina Addante (autrici della performance dal balcone del palazzo comunale),  Mario Sciarpa (l’ospitalità ex casa di Florido. Suggerimenti di : Raffaella De Santis, Tito Marci, Leonardo Carocci, Maurizio Matocci, Vasco Ciaramelletti, Sandro Bartolucci, Giacomo Marchioni, Loris Brucchietti, Guglielmo Roversi, Mara Coccia e Giampiero Arabia.
Un ringraziamento speciale a Orazio De Paola che ha curato l’organizzazione.

Con il patrocinio della Provincia di Rieti. Maggio – giugno 2002

 

Enrico Amatori, Florido D’Orazi “L’incrollabile forza delle idee”

Florido D’Orazi

“L’incrollabile forza delle idee”                                                         

Testo di  Enrico Amatori

   Nato a Rieti il 30 Maggio 1881, da umile famiglia, autodidatta, meccanico di professione aderisce giovanissimo al movimento socialista essendo entrato in contatto con l’organizzazione politica del P.S.I. della vicina Terni.

   La sua professione di meccanico e riparatore di macchine agricole lo porta a frequentare i contadini e mezzadri della piana reatina, condividendo con loro disagi ed aspirazioni; nello stesso tempo la sua viva intelligenza lo spinge a stringere amicizia con gli intellettuali socialisti Umbro-Sabini come il prof. Angelo Sacchetti Sassetti, o l’Avv. Giovanni Pozzi tramite i quali affina e approfondisce il suo credo ideologico. Le lotte dei braccianti e mezzadri della piana reatina per ottenere migliori condizioni di vita e per il superamento dei patti colonici lo vedono sempre protagonista, dal 1912 in poi, tenacemente proteso nel dare un’organizzazione stabile e politica alle rivendicazioni contadine.

E’ del 10 Dicembre 1912 da sua prima condanna per istigazione allo sciopero e alla lotta di classe.

Di ritorno dalla grande guerra, cui partecipa nell’arma della sanità, sull’onda emotiva delle promesse di terra ai contadini si impegna nelle costituzioni di leghe di braccianti in tutta la Sabina.

Diviene ben presto leader indiscusso dei contadini reatini, tanto che nel 1919, alla fondazione della Camera del Lavoro, con il fattivo contributo di Socialisti Urnbri quali Arduino FORA e Tito Oro NOBILI, viene nominato per acclamazione segretario provinciale.

E’ tuttavia nel Giugno del 1920 che la pianura reatina diviene un nuovo epicentro di lotta. La Federazione Umbra dei lavoratori della terra rivendica una sostanziale modifica migliorativa dei contratti tra mezzadri e proprietari . Florido

D’Orazi è l’organizzatore ed il promotore dello sciopero ed abbandono del bestiame da parte dei mezzadri. Tutto il bestiame bovino della pianura reatina viene condotto il 20 Agosto 1920, dai coloni, nella città. Le bestie vengono legate in parte lungo le mura mediovali e in parte negli alberi che costeggiano Viale Maraini. Rimangono senza foraggio per tre giorni vigilate a distanza giorno e notte dai contadini.

Il tentativo dell’autorità governativa di favorire un accordo è interrotto il 24 Agosto dalla proclamazione di uno sciopero generale per il fatto che Florido D’Orazi viene ferito durante un diverbio con la controparte. Solo il giorno successivo le commissioni di proprietari e contadini raggiungono un accordo che accoglie in larga parte le rivendicazioni mezzadrili. Due mesi dopo questo successo, alle elezioni amministrative a Rieti il partito socialista riporta una schiacciante vittoria ed Angelo Sacchetti Sassetti viene eletto sindaco. Tuttavia la reazione padronale e squadrista non tarda a farsi sentire. Il D’Orazi viene di nuovo processato nel 1921 daI Tribunale di Roma per istigazione sovversiva, contravvenzionato di L.1000 per comizio non autorizzato.

Squadristi fascisti della “ Disperata”  di Perugia assaltano e distruggono le Camere del Lavoro di Rieti e Poggio Mirteto, invadono il Comune di Rieti, dileggiano il Sindaco e picchiano selvaggiamente alla stazione delle FFSS il deputato socialista Tito Oro NOBILI, Florido D’ORAZI si rifugia a Roma e solo agli inizi del 1922 riesce a riunire contadini e braccianti, prima in case private, poi nella ricostituita Camera del Lavoro di Rieti.

L’avvento della dittatura non ferma la sua attività politica, che diventa però clandestina e col passare degli anni, sempre più pericolosa.

Dal P.S.I. gli viene affidato il compito di organizzare leghe segrete di artigiani e contadini nel circondario di Rieti. Arrestato a Narni nel 1926 insieme ad un gruppo di socialisti e comunisti umbri per aver promosso una riunione celebrativa dell’anniversario della Rivoluzione di Ottobre sovietica, viene condannato dal Tribunale speciale di Roma a 5 anni di confino nell’isola di Lipari. Condanna successivamente ridotta a 3 anni che sconta virilmente e gli permette di avvicinare e conoscere personalità politiche antifasciste come Carlo Rosselli, Romita ed altri.

Tornato a Rieti viene continuamente sorvegliato, schedato dalla polizia come sovversivo, ma non piega mai la testa, rifiutandosi ostinatamente di prendere la tessera fascista. Una grave malattia iniziatasi a manifestare nel 1940 lo inchioda in una infermità che non gli permette di essere nuovamente protagonista nel periodo della Liberazione e della ricostruzione organizzativa del P.S.I. a Rieti.

Muore nel 1952 ed il professor Sacchetti suo amico compagno di tante battaglie politiche, nell’orazione funebre lo ricorda con orgogliosa enfasi:

“un grave lutto ha colpito la famiglia dei socialisti reatini. Florido D’Orazi è morto. Egli vive ancora e vivrà a lungo nel cuore di quanti conobbero e apprezzarono quel che fece per la causa dei lavoratori e dei contadini”.

Hannah Arendt, La banalità del male - I doveri di un cittadino ligio alla legge

Capitolo ottavo

  1. I doveri di un cittadino ligio alla legge

                                                                                 

Eichmann ebbe dunque molte occasioni di sentirsi come Ponzio Pilato, e col passare dei mesi e degli anni non ebbe più bisogno di pensare. Così stavano le cose, questa era la nuova regola, e qualunque cosa facesse, a suo avviso la faceva come cittadino ligio alla legge. Alla polizia e alla Corte disse e ripeté di aver fatto il suo dovere, di avere obbedito non soltanto a ordini, ma anche alla legge. Eichmann aveva la vaga sensazione che questa fosse una distinzione importante, ma né la difesa né i giudici cercarono di sviscerare tale punto. I logori temi degli “ordini superiori” oppure delle ‘azioni di Stato” furono discussi in lungo e in largo: essi già avevano dominato tutti i dibattiti al processo di Norimberga, per la semplice ragione che davano l’illusione che fatti senza precedenti potessero essere giudicati in base a precedenti e a criteri già noti. Eichmann, con le sue doti mentali piuttosto modeste, era certamente l’ultimo, nell’aula del tribunale, da cui ci si potesse attendere che contestasse queste idee e impostasse in altro modo la propria difesa. Oltre ad aver fatto quello che a suo giudizio era il dovere di un cittadino ligio alla legge, egli aveva anche agito in base a ordini -preoccupandosi sempre di essere “coperto”-, e perciò ora si smarrì completamente e finì con l’insistere alternativamente sui pregi e sui difetti dell’obbedienza cieca, ossia dell’ “obbedienza cadaverica”, Kadavergehorsam, come la chiamava lui.

La prima volta che Eichmann mostrò di rendersi vagamente conto che il suo caso era un po’ diverso da quello del soldato che esegue ordini criminosi per natura e per intenti, fu durante l’istruttoria, quando improvvisamente dichiarò con gran foga di aver sempre vissuto secondo i principi dell’etica kantiana, e in particolare conformemente a una definizione kantiana del dovere. L’affermazione era veramente enorme, e anche incomprensibile, poiché l’etica di Kant si fonda soprattutto sulla facoltà di giudizio dell’uomo, facoltà che esclude la cieca obbedienza. Il giudice istruttore non approfondì l’argomento, ma il giudice Raveh, vuoi per curiosità, vuoi perché indignato che Eichmann avesse osato tirare in ballo il nome di Kant a proposito dei suoi misfatti, decise di chiedere chiarimenti all’imputato. E con sorpresa di tutti Eichmann se ne uscì con una definizione più o meno esatta dell’imperativo categorico: “Quando ho parlato di Kant, intendevo dire che il principio della mia volontà deve essere sempre tale da poter divenire il principio di leggi generali” (il che non vale, per esempio, nel caso del furto o dell’omicidio, poiché il ladro e l’omicida non possono desiderare di vivere sotto un sistema giuridico che dia agli altri il diritto di derubarli o di assassinarli). Rispondendo ad altre domande, Eichmann rivelò di aver letto la Critica della ragion pratica di Kant, e quindi procedette a spiegare che quando era stato incaricato di attuare la soluzione finale aveva smesso di vivere secondo i principi kantiani, e che ne aveva avuto coscienza, e che si era consolato pensando che non era più “padrone delle proprie azioni”, che non poteva far nulla per “cambiare le cose.” Alla Corte non disse però che in questo periodo ‘‘di crimini legalizzati dallo Stato” – così ora lo chiamava – non solo aveva abbandonato la formula kantiana in quanto non più applicabile, ma l’aveva distorta facendola divenire: “ agisci come se il principio delle tue azioni fosse quello stesso del legislatore o della legge del tuo paese”, ovvero, come suonava la definizione che dell’ “imperativo categorico nel Terzo Reich” aveva dato Hans Frank e che lui probabilmente conosceva: “agisci in una maniera che il Fùhrer, se conoscesse le tue azioni, approverebbe” (Die Technik des Staates, 1942, pp. 15-16). Certo, Kant non si era mai sognato di dire una cosa simile; al contrario, per lui ogni uomo diveniva un legislatore nel momento stesso in cui cominciava ad agire: usando la ‘‘ragion pratica’’ ciascuno trova i principi che potrebbero e dovrebbero essere i principi della legge. Ma è anche vero che l’inconsapevole distorsione di Eichmann era in armonia con quella che lo stesso Eichmann chiamava la teoria di Kant ‘‘ad uso privato della povera gente.” In questa versione ad uso privato, tutto ciò che restava dello spirito kantiano era che l’uomo deve fare qualcosa di più che obbedire alla legge, deve andare al di là della semplice obbedienza e identificare la propria volontà col principio che sta dietro la legge, la fonte da cui la legge è scaturita. Nella filosofia di Kant questa fonte era la ragion pratica; per Eichmann, era la volontà del Fùhrer. Buona parte della spaventosa precisione con cui fu attuata la soluzione finale (una precisione che l’osservatore comune considera tipicamente tedesca o comunque caratteristica del perfetto burocrate) si può appunto ricondurre alla strana idea, effettivamente molto diffusa in Germania, che essere ligi alla legge non significa semplicemente obbedire, ma anche agire come se si fosse il legislatore che ha stilato la legge a cui si obbedisce. Da qui la convinzione che occorra fare anche di più di ciò che impone il dovere.

(Hannah Arendt, la banalità del male)

Tito Marci, Kadavergehorsam

Kadavergehorsam                                                                               

testo di Tito Marci

Kadavergehorsam, “obbedienza cadaverica”: non vi è forse migliore espressione, allusione, stigma o segno, per nominare ciò che Hannah Arendt definisce La banalità del male. Specialmente in un tempo sciaguratamente “banale” quale è il nostro – quale è dato alla nostra epoca –, dove proprio quel segno mortale – quel “marchio”  oseremo dire – si dilata e stravolge la propria storia, torcendosi e ripiegando – sì banalmente ma, ancor più, brutalmente –  nel tratto indicibile e inconfessabile del suo contro-valore (o disvalore).

“Obbedienza cadaverica”, dunque, questa strana espressione che il tedesco congiunge in una sola parola.  Parola ossimorica che sembra ancora, inesorabilmente, evocare (e non più soltanto prefigurare) un bio-potere paradossale (se così possiamo ancora definire il potere) che non produce e disciplina più “corpi docili”, ma “corpi cadaveri”. Poiché qui non si tratta, o non soltanto, di una politicizzazione della nuda vita (più non siamo, in realtà, nell’ordine dalla bio-politica); non si tratta di definire politicamente la vita (evento decisivo della modernità). Si tratta, piuttosto, di determinare politicamente la vita in forma (o funzione) cadaverica. Condizione, pertanto, paradossale, ma altrettanto funzionale alle esigenze inconfessabili di un potere che si organizza e si esercita sul valore di un’obbedienza assoluta; di un’obbedienza al suo stadio ottimale: un’obbedienza cadaverica, appunto.

Il cadaverico, allora: il “cadavere” elevato a categoria del politico (una “cadaverizzazione” della politica potremmo, ancor meglio, affermare). Cadavere ipostatizzato (o meglio, ipostatizzazione cadaverica). Occorre ancora riflettere sul carattere ambiguo di questa paradossale obbedienza. E cosa vi è di più inerte, di più ostinatamente obbediente, di un cadavere? Il cadavere ridotto a simulacro di vita (al quale ancora, paradossalmente, è concessa la volontà di ubbidire), elevato a segno che non significa nulla (sia anche la morte), che rimanda soltanto al tratto opaco ed inerte della sua superficie politica, della sua piena (ma ancor vuota) presenza sociale, della sua totale immanenza ai dispositivi di comando e controllo. Vi si inscrive tutto il rituale un’obbedienza meccanicizzata,regolata e ordinata alla funzione riproduttiva di un potere “democratico” consensualmente assoluto.  Perché il cadavere esprime sempre, e in ogni caso, un consenso totale: un consenso, per altro, alla sua defezione assoluta.

Ma occorre ancora distinguere: occorre distinguere il senso ‘insensato’ del cadavere da quello sacrale della morte. Nel cadavere esposto alla sua mera fatticità (alla mera fatticità del politico e del sociale) non vi è più in gioco il senso sacrale della morte; non vi opera alcuna trascendenza, alcuna estraniazione, alcuna sottrazione, alcuna possibile alterità.

La morte, a ben vedere, è sempre un paradossale tratto dell’inappartenente: è sempre sottrazione, sparizione, espropriazione. E ciò che si sottrae al presente, alla mera presenza, è ciò che si ritrae dall’ordine dell’immanenza: è l’inaccessibile, l’inappropriabile, l’inassimilabile, l’impresentabile. Non ci si può appropriare della morte come ci si appropria di un cadavere. La morte eccede sempre ogni possibilità di assimilazione. È ciò che necessariamente mi accade pur non appartenendomi, è l’evento che non mi appartiene pur accadendo alla mia singolarità. È ciò che mi avviene e di cui non posso fare, comunque, esperienza: è l’esperienza impossibile.

Pur riguardandomi come soggetto (in quanto essere per la morte), pur accedendo alla mia finitezza, la morte è ciò a cui non posso, quale soggetto, avere accesso; è ciò di cui non posso disporre, di cui non mi posso appropriare; anzi la morte è sempre ciò che mi espropria della mia proprietà più propria, della mia stessa soggettività.

Il cadavere, al contrario, è un corpo muto in cui non vi è più opera della morte. È un mero fatto, un dato disponibile alle operazioni del tempo. È solo ottusa presenza, piena appartenenza, immanenza che espone soltanto la sua nuda e ineluttabile esposizione.  Il cadavere è immanente all’ordine sociale, al politico, al sistema economico dei segni, senza possibilità di ritrazione, senza capacità di rimandare ad altro che non sia la sua superficie di segno, senza possibilità di sottrarsi all’ordine simbolico che esso stesso contribuisce a produrre. È ciò che, in tal senso, rimane funzionale al potere, assimilabile all’ordine dell’integrazione. Non vi è in gioco la morte (la sottrazione, l’alterità, l’estraneità, l’improprio), perché il cadavere, in quanto tale, non ha più possibilità di morire. Di qui, ancora, la sua totale, inerte (nonché perpetua, nella simbolica temporalità del politico), obbedienza.

È a partire proprio da queste considerazioni che dobbiamo, allora, considerare la Kadavergehorsam come la condizione ottimale, esemplare, ideale, di una prassi politica dispiegata al di là del politico, al di là di quella epicurea “città senza mura” che in quanto mortali (e riguardo alla morte) dobbiamo abitare: città ancora aperta, ospitale, disposta all’estraneo, all’inappartenete. Ma non è certo la morte (il mai assimilabile) ciò che adesso dispone, nel senso indicato, l’orizzonte sociale delle prassi politiche. È, al contrario, il cadavere, il “cadaverico”, il nostro destino: ultima (ed estrema) condizione del politico.

Ora, Hannah Arendt rilegge l’obbedienza cadaverica come una condizione storica, una dimensione tipica delle esperienze totalitarie. Ma non è difficile, per noi, scorgervi anche una categoria politica, anzi, una cifra esistenziale, nella misura in cui la stessa Kadavergehorsam sembra proprio connotare una modalità dell’esserci, un modo di essere-al-mondo.  Modo, però, inautentico quanto impersonale, modulato entro un’inerzia perpetua e necessaria.  E in tale perpetuazione non gioca più l’idea moderna dello Stato Nazione o l’ideologia politica medievale del corpo immortale del re. Vi domina, al contrario, l’ideologia del corpo morto del sociale: “corpo-cadavere” appunto, corpo inerte e perpetuo.

Il tratto, allora, eccede il suo significato storico originario, la sua epoca, la sua periodizzazione: si estende, si estranea fino a coinvolgere il senso inconfessabile delle nostre democrazie. Banalità del male, appunto, banalità dell’odierna democarazia!

Arthur Huber, (Teologo messo in silenzio)

Testo di Arthur Huber (Teologo messo in silenzio)

Sema’ Israel. Ascolta Israele. E’ il precetto che fa da sfondo a tutta la “storia della Salvezza”. E’ il credo della religione ebraica perché contiene la rivelazione dell’unicità di JHWH dalla quale scaturisce la relazione d’amore tra l’uomo e il suo Dio: “Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze” (Dt 6,5). L’ascolto presuppone un atteggiamento volitivo dell’individuo, un coinvolgimento attivo della persona, una scelta di fondo dell’Uomo verso la definizione di quell’opzione fondamentale che è relazione tra il Creatore e la Creatura. Il precetto diventa normativo: “Ti sia fisso nel tuo cuore, lo ripeterai ai tuoi figli… Lo legherai alla mano come un segno…” _ (Dt 6,6s). E’ la legge del Signore che non tollera la dimenticanza: “guardati dal non dimenticare il Signore…”(Dt 6,12) perché la distrazione indebolisce l’uomo e lo sbilancia verso la disobbedienza.

Ascolto e ubbidienza si coniugano attorno alla Parola e infatti l’ubbidienza segue la Parola, quale invito e promessa, ascoltata con atto di fede e vissuta con il “cuore” luogo biblico dell’amore intelligente che sa selezionare, tra le cose che lo toccano, e distinguere ciò che è buono e vero. “I semi caduti lungo la strada sono coloro che 1’ hanno ascoltata, ma poi viene il diavolo e porta via la parola dai loro cuori, perché non credano e così siano salvati.” (Lc 8,12s.). Abramo ascolta. La sua fede alla promessa di JHWH si fa azione, diventa la strada verso la terra promessa, a costo di sacrificare il figlio Isacco.

E si fa frutto in Israele, popolo santo di Dio, costantemente provato e protetto, che si allontana dalla legge e dalla terra per ritornare ancora benedetto tra canti e inni di lode al Signore che lo ha liberato con misericordia e braccio potente.

Ma l’ascolto è propedeutico anche al governo dei popoli. “Ascoltate, o re,…Porgete 1 ‘orecchi, voi che dominate le moltitudini,…la vostra sovranità proviene dal Signore…” (Sap 6,ls.). Le responsabilità di un popolo sono da ascrivere , prima di tutto, a chi ne esercita il governo. Questi sono posti quali sentinelle contro il nemico:” O figlio dell’uomo, io ti ho costituito sentinella per gli Israeliti; ascolterai una parola dalla mia bocca e tu li avvertirai da parte mia… “(Ez 33,7s.).

L’intensità di questa rivelazione è confermata dal ruolo salvifico del Cristo.

Gesù si mostra ubbidiente verso la legge perché non vuole che se ne perda neppure un iota: “Non pensate che sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti, non sono venuto ad abolire ma a dare compimento…”(Mt 5,17). Riconosce la necessità di pagare il tributo a Cesare: “Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio..” (Mc12,17). Rispetta i rituali della tradizione mosaica e come tutti gli ebrei devoti celebra la Pasqua ebraica assieme ai dodici. La libertà del Cristo però, lo pone al di sopra della legge e a trasgredire se la legge si traduce in vincolo per la rivelazione dell’amore misericordioso del Padre: mangia con i peccatori e autorizza a strappare le spighe di sabato e a liberare dalla sofferenza e dalla malattia durante l’osservanza del riposo: “sabato è stato fatto per 1’uomo e non l’uomo per il sabato” (Mc 2,27). Ma la contrapposizione più evidente è rivelata dalla Parola che Matteo ricorda nei capitoli 5-7 del suo Vangelo: “avete inteso che fu detto: occhio per occhio e dente per dente; ma io vi dico di non opporvi al malvagio, anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche 1 ‘altra… amate i vostri nemici… Siate dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste…”

L’ascolto di Israele è l’ascolto del Figlio di Dio che non si sottrae alla sua missione e al volere del Padre nell’ora più buia della sua vita terrena. “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia ma la tua volontà…”(Gv 22,42s.). L’obbedienza di Cristo sulla Croce si contrappone al peccato di Adamo. Adamo mangia il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male, e il bene e il male entrano gnoseologicamente nella vita dell’uomo. Cristo si lascia appendere sull’albero della morte e della vita, quale agnello immolato per regalare ad ogni uomo la redenzione dal peccato e la promessa della vita eterna. E l’ubbidienza dei fratelli in Cristo è il servizio a questo mistero d’amore, tradito quando all’unica Verità, che è il Verbo Eterno del Padre, si contrappongono le tante nostre piccole verità con la pretesa di sostituirsi alla Parola benedicente di Dio. E la storia, anche recente, ci ha insegnato che spesso, accanto alla liberazione operata da Cristo, abilmente si sono organizzate sovrastrutture e giustificate azioni e pensieri dei popoli dai quali difficilmente e, a volte solo in calce, è possibile riscontrare il messaggio di Gesù di Nazaret. La seduzione del potere e il potere della seduzione hanno invertito valori e confuso coscienze di intere generazioni; il ministero che è servizio alla comunità e per la comunità si e trasformato in servizio della comunità per…

Da ciò deriva la necessità di un’inversione di tendenza; di maggiori investimenti nella ricerca della filosofia e della teologia per il superamento del pensiero debole, causa di annichilimento e impoverimento di tutta l’umanità. E’, parallelamente, uno scrutare la storia con maggiore interesse e senso critico quale metodo insostituibile per la comprensione del mistero dell’uomo. E’ l’obbedienza alla ricerca, così come scriveva Benedetto nella sua regola intorno al 535: “Ascolta ,figlio, i precetti del Maestro, e tendi l’orecchio del tuo cuore. Ricevi volentieri l’ammonimento d’un padre pieno di tenerezza, e osservalo efficacemente, affinché la fatica dell’obbedienza ti riporti a colui dal quale ti aveva allontanato la vita della disobbedienza.” (art. 1-2). E’ l’obbedienza che si fa condivisione nelle regole dei frateiiFj5~redicatori che esige un fondamento e un ideale democratico. E’ in realtà questo il vero Sitz im Lebem nel quale si comprende l’evoluzione del pensiero cristiano quale formazione continua di una coscienza veramente libera che presuppone i diritti e i doveri della corresponsabilità, ma, ancor di più, un lungo percorso pedagogico durante il quale ogni uomo impari ad essere parola e immagine e somiglianza della Parola che si è fatta carne.

                      

Fabio Mauri

Testo di Fabio Mauri

Cito da me stesso: (Der Politische Ventilator), 1973, stampato in gotico tedesco:

“la storia che nel 1925 si costituisce, negli anni successivi si costruisce, e chiude nel 45, è uno di quei tempi che avendo toccato punte massime di sconvolgimento, di caos e di indecifrabilità, si richiude con un finale a cerniera: i conti tornano, si raffigura il bilancio sotto le due voci estreme di Bene e di Male. Forse è stata la storia più moderna di questo secolo. Un primo saggio in cui gli errori e le virtualità di una cultura hanno trovato circostanze per un’espressione, diciamo integrale, di se stessa. Nessuno storico potrebbe accettare una visione così datata della storia: gli antecedenti e ciò che segue costituiscono a lui materia della medesima trama.

La mia nascita e giovinezza coincidono con questi eventi: dal punto prospettico dell’esperienza forniscono un modello certo di vicenda tipo: il comportamento presente dei fatti vi trova riscontro. Ne ricavo una luce di intelligenza quasi infallibile, fino ad oggi. Come se un film, di cui conosco il finale, fosse girato due volte. Nonostante i rimaneggiamenti, distinguo bene i ruoli, l’intreccio e le conclusioni, che sono, oltre ai suoi significati particolari, quelli della vita, in generale, l’arte non esclusa

Faccio uso della grafia del gotico tedesco dal 1971.

In questa lingua e nella sua antica grafia, riconosco le basi del “pensiero creduto” contemporaneo.

In filosofia, nella scienza fisica, nella teoria politica, nell’analisi della psiche, nella incarnazione letteraria, nella religione. Lutero, Kant, Goethe, Hegel, Nietsche, Marx, Engels, Freud, Young, Planck, Einstein. Si sono espressi in lingua tedesca. Il pensiero profondo di una lingua e di una passione razionale.

La frode nasce come insidia aberrante sul corpus di un pensiero intessuto di intelligenza e realtà.

Una fascia di incultura, di lettura omissiva, di manipolazione, è il territorio di allevamento dell’opinione falsa, e dell’utilizzazione ideologica di un pensiero. La scienza vi diviene solo una metafora, arbitro improprio di passioni bieche.

Per significare questo, nel 1972, ho esposto in “Warum ein Gedanke einen Raum verpestet?” (Perché un pensiero intossica una stanza?), 40 piccoli schermi. Ogni titolo, in gotico, era impresso nel singolo quadro. Rappresentavo l’insieme di una cultura centrale, coniugabile fino al dettaglio, in cui la cultura tedesca, non a caso, era indicata come radice determinante del pensiero europeo.

“Ebrea”, “Che cosa è il fascismo”, “Ideologia e Natura”, “Oscuramento” nel 1971, 72 e 75, coprono questa riflessione come altrettanti ‘esercizi spirituali’ in cui il lettore, il pubblico, “perinde ac cadaver”, secondo la dizione ripresa dai mistici medievali da Ignazio di Lojola, come ubbidienti cadaveri subiscono l’ordine impositivo del messaggio che coinvolge l’emozione. Va bene, se è Dio che parla, è devastante se a parlare è il Demonio. E’ una versione giansenista, lo so.

Il metodo permane efficace, ma anche fatale, quando il dettato, epurato di critica, viene promulgato come suprema indiscutibile voce del padrone.

Nel 1976, ho ripreso il simbolo della Deutsche Gramophone: un cane che ascolta la pura “Voce del padrone”. Ho allestito la mostra “Dramophone”. Contro l’autorità dello Stato Assoluto, e una condizione statutariamente impotente di ascolto. Aderisco volentieri al lavoro di un artista, che stimo, Mauro Folci, che riaffronta questi temi. Un discorso utile non va mai abbandonato, anzi. Va sostenuto se altri lo riprendono, anche se con implicazioni personali e in conclusioni, probabilmente, dissimili.

Mauro Folci, Kadavergehorsam

  1. KADAVERGEHORSAM

Ci sono alcune parole che indubbiamente posseggono un peso specifico di senso ‘aggiunto’, capaci più di altre di raccontare storie, evocare narrazioni, dire:  kadavergehorsam, grazie anche ad un’ammaliante estetica fono-grafica, è certamente tra queste. L’analisi etimologica è uno storyboard della civiltà cristiana e occidentale: dall’obbedienza come quella di ‘un corpo morto’ di San Francesco ( Tommaso da Celano) che risponde alla Legge di Dio, al perinde ac cadaver  (“allo stesso modo di un cadavere”) di  S. Ignazio in riferimento all’ordine gerarchico ecclesiastico (controriforma), fino all’”obbedienza cadaverica” di Eichmann che descrive lo stato di “cieca obbedienza” del popolo del terzo Reich alla Legge (di Hitler). Un percorso che mostra come il processo di secolarizzazione abbia trasformato un concetto appartenente alla sfera spirituale, religiosa, in categoria politica, o meglio, per essere più pertinenti, come, attraverso i paradigmi della contemporaneità e dell’azione “Kadavergehorsam”, lo abbia trasposto in categoria economica. In un mondo plasmato dalla ragione produttiva, dalle leggi del mercato che riducono l’individuo a soggetto economico, in un contesto di liberalizzazione del mercato del lavoro e di competizione selvaggia, l’essere obbediente corrisponde a una condizione senza la quale si è privi dell’accesso. La nuova layout del sistema di produzione, in cui l’informazione assume un ruolo strategico, impone strutturalmente la flessibilità e la precarietà, e contemporaneamente collaborazione e fedeltà all’impresa secondo una logica servile in cui ogni idea di conflitto di interessi è rimossa. Un aspetto servile del lavoro che identificandosi  con quello comunicativo fa si che il tempo di lavoro non è più circoscritto e separato dal resto delle attività ma invade l’intera esistenza, dove il ‘lavoro morto’ ha totalmente assorbito a se il ‘lavoro vivo’, mettendo all’opera tutte le ‘risorse umane’, la creatività, la vita. E’ il linguaggio della forma, lo stesso dell’arte, a organizzare la produzione e la distribuzione delle merci.  Le immagini, le parole, sono diventate mezzi di produzione, capitale fisso e circolante come le sensazioni, le emozioni, gli affetti; i tribunali – scrive Robert Reich, consigliere economico e ministro del lavoro per Clinton, – si trovano sempre più spesso di fronte a contenziosi su chi ha inventato che cosa e quando. Calvin Klein, per esempio, afferma che il profumo Romance di Ralph Lauren imita la sua acqua di colonia Eternity. Ma cos’è esattamente un aroma, ed è possibile possederne uno? Un profumo è anche uno stato d’animo, un’immagine, uno stile. Come estrarlo da tutto ciò che lo circonda e trasformarlo in una proprietà?  Il general intellect, quella conoscenza diffusa, che alimentandosi di solo lavoro vivo si sottraeva alla cristallizzazione in capitale fisso, oggi è capitalizzato, ridotto a lavoro morto non fissato nelle macchine ma nella comunicazione trasformata in una sorta di catena di montaggio linguistica. Oggi si producono merci a mezzo di linguaggio, meglio, si produce ricchezza a “mezzo di comunità” perché essa si identifica con il concetto di lavoro linguistico; ma se il carattere di feticcio della merce è dato, come nell’analisi marxista, dal nascondimento, dall’invisibilità, nello scambio delle cose (merci), dei rapporti sociali di produzione, e se oggi è la stessa comunità, la società dei cittadini-consumatori che creano e veicolano valore in quanto parlanti, allora sono gli stessi rapporti sociali ad avere il carattere di feticcio. Ecco, Kadavergehorsam è l’immagine mortifera di una comunità linguistica che riproduce se stessa in quanto società inesorabilmente capitalistica, è una direct sul pensiero unico, un fotogramma neorealista che descrive un paesaggio desolante, antibiotico, un frame che testimonia l’assoggettamento cadaverico alla logica economicistica. Un grido d’attenzione perché il progetto neoliberista ha raggiunto una sofisticazione tale che ai più sfugge il carattere totalitario e ideologico così mistificato da una presunta naturalità del linguaggio. Kadavergehorsam è un segno per non dimenticare mai che il capitale ha un unico impulso vitale, quello di generare plusvalore, di assorbire la più grande massa di plusvalore che sia possibile attraverso il lavoro morto sottratto (al lavoro vivo) alla vita. Ripeto alla vita.

Kadavergehorsam è un canovaccio situazionista che aspira essere stimolo di riflessione, di ricerca e d’azione in una prospettiva necessariamente rivoluzionaria della “trasformazione della quantità in qualità”, che tenga sempre in mente l’essenza ultima dell’umano che è quella della ‘libera creazione’, ri-pensando quella “natura umana” che non può essere solo ‘economica’, ri-partendo da l’unico elemento utopistico del marxismo e scopo della rivoluzione, di emancipare l’uomo dal lavoro. La-liberazione-dal-lavoro appunto, il solo capace di connettere un pensiero critico, pertinente e libertario da troppo tempo in stand by, l’unico capace di prospettare un mondo nuovo, sociale e creativo….Tutto il resto è rosolio.

Per trovare una figura forte che esprima un pensiero libertario in questo territorio bisogna risalire all’inizio del secolo scorso a Florido D’Orazi, nato a Rieti il 30 maggio 1881 da un’umile famiglia; sin da giovane fa parte del movimento socialista, dopo aver aderito agli Arditi del popolo, la prima associazione antifascista in Italia. Dal 1912 è protagonista delle lotte dei braccianti e dei mezzadri nella piana reatina per il superamento dei patti colonici, e di questo stesso anno è la sua prima condanna per istigazione allo sciopero e alla lotta di classe. Fonda in tutta la Sabina leghe di braccianti e nel 1919 istituisce a Rieti la Camera del Lavoro di cui viene acclamato segretario provinciale. Memorabile lo sciopero che ha organizzato nel […]

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